CORSI di YOGA e MEDITAZIONE

ACCADEMIA SAMAVAYA

Percorsi evolutivi e formativi

I vari sentieri dello yoga

Impossibile tracciare una mappa delle varie tipologie di yoga esistenti. De Michelis elabora una quadruplice tipologia dello yoga moderno, distinguendo tra:

  • Yoga psicosomatico moderno
  • Yoga confessionale moderno
  • Yoga posturale moderno
  • Yoga meditativo moderno

La differenza importante comunque è tra quelle forme principalmente centrate sul corpo in cui la meditazione viene magari introdotta in uno stadio più avanzato, e forme che insistono sull’aspetto mentale e magari incoraggiano anche una certa pratica fisica.

La distinzione realmente utile è quella tra yoga posturale moderno, in cui l’allievo inizia con asana e magari arriva alla meditazione e yoga meditativo moderno, dove l’accento è posto su quelle pratiche meditative che caratterizzano forme di yoga più antiche e possono anche non richiedere affatto una pratica posturale.

Esempi di yoga posturale moderno sono:

  • Santa Cruz institute
  • Kaivalyadhama, Lonavla
  • Sivananda
  • Tradizione di Krishnamacharya (Iyengar, Desikachar, Pattabhi Jois)
  • Dru yoga
  • Kundalini Yoga
  • Esempi di yoga meditativo moderno sono:
  • Meditazione trascendentale
  • Brama Kumaris
  • Missione della luce divina
  • Movimentonto Hare Krsna (ISKCON)
  • Sahaja Yoga
  • Gruppi Buddhisti

Le opere di Vivekananda, discepolo di Ramakrisna (santo riconosciuto dell’India moderna), conobbero una vasta diffusione sia in India sia in Occidente.Le idee di Vivekananda hanno avuto una notevole influenza, tramite il guru Paramahansa Madhavadasji una notevole influenza sui fondatori dei due primi centri di yoga moderno in India: Manibhai Haribhai (Sri Yogendra) e J.C. Gune (swami Kuvalyananda). Tra il 1918 e il 1919 Sri Yogendra fondò lo yoga Insitute e nel 1934 Swami Kuvalyananda insitutì il Kaivalyadhama yoga ashram a Lonavla, a meta strada tra Bombay e Pune. Yogendra e Kuvalyananda rendono lo yoga accessibile “all’uomo del mondo” e cercano di utilizzarlo per migliorare il suo stato di salute. “yogendra e Kuvalyananda traformarono la pratica yoga in una forma di educazione fisica basata sulla fisiologia e cercarono di farne una forma di terapia scientificamente verificabile. Questo cambio di direzione è il momento che ha deciso la nascita dello yoga moderno. Il dott. Bhole è stato per 35 direttore del dipartimento di ricerca dell’istituto Kayvaliadhama.

I sei darsan della tradizione yogica

I sei darshan

 I sistemi filosofici ortodossi (legati e riconosciuti dalla tradizione Veda) sono da considerare a coppie e sono:

  1. PURVA MIMAMSA di Jemini.
    Esegesi. Si occupa di interpretare la prima parte dei Veda. La parte rituale.
  2. UTTARA MIMAMSA o VEDANTA DARSHAN di Vyasa.
    Esegesi. Si occupa di interpretare la a parte conclusiva dei Veda, le upanisad. La parte filosofica.
    Hanno attribuito primaria importanza alla diretta testimonianza verbale (Sabda).
    Hanno dato minore importanza alla conoscenza sensoriale (Pratyaksha) e a quella deduttiva (Anumana).Questi due Darsanas sono, in effetti, orientati verso una comprensione trascendente della realtà. (Introduzione: India ’99 – pag. 1-3)

  3.  SAMKHYA DARSHAN di Kapila.
    Enumerazione e distinzione. Via della discriminazione. Suddivide l’universo in parti che vengono contate, attraverso la non-identificazioni con i singoli aspetti si perviene all’Uno (purusa)
  4. YOGA DARSHAN di Patanjali.
    Integrazione, connessione. Attraverso il samkhya separo il puro dall’impuro, attraverso lo yoga sutra mi identifico con il puro. Hanno dato primaria importanza alla capacità deduttiva (Anumana).
    Hanno ritenuto secondaria la conoscenza sensoriale (Pratyaksha) e la diretta testimonianza (Sabda). La capacità di deduzione è la principale caratteristica dell’intelletto (Buddhi) e, secondo il Samkhya, Purusha e Prakrti sono i due principi eterni:
    MAHAT è la prima manifestazione a livello universale
    BUDDHI è la prima attivazione a livello individuale che, attivato da Prakrti alla presenza di Purusha, ha come primaria capacità proprio l’attivazione dell’intelletto dell’individuo.
    Questa è la base del Samkhya e Yoga Darshanas e possiamo dire, quindi, che hanno un approccio di tipo soggettivo, riguardo alla comprensione della Realtà o Verità.

  5.  NYAYA DARSHAN esposto nei sutra di Gautama.
    Logica. Indagine critica e scientifica della realtà.
  6. VAISHESHIKA DARSHAN esposto nei sutra di Kanad.Distinzione. Definisce con spirito scientifico i caratteri generali delle cose osservate. Hanno studiato i vari aspetti della conoscenza sensoriale (Pratyaksha) ritenendola valida come fonte di conoscenza.
    Al secondo posto hanno messo la capacità di deduzione (Anumana) e la diretta testimonianza verbale (Sabda). Possiamo dire, quindi, che questi due Darsanas hanno un approccio filosofico di tipo oggettivo o sensoriale (in yoga: Indriya), nei riguardi della comprensione della Realtà o Verità.

Conoscenza yogica

Come base della disciplina dello yoga troviamo questo concetto: il ruolo di colui che è in grado di percepire: Drsta (Bhole)

La differenza tra la filosofia, le religioni e lo Yoga è che lo Yoga non si sofferma su concetti di discussione o a livello di elaborato filosofico ma ci parla sempre di esperienza e dice: quando ne avrai fatto l’esperienza, saprai; “se vuoi capire di che cosa tratta lo yoga fai la tua esperienza”.

Lo yoga è una via di auto-realizzazione e di conoscenza di Sé e non ci si può conoscere leggendo libri o rivolgersi al mondo esterno per sapere chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo; per rispondere a queste tre domande fondamentali della tradizione Vedica lo yoga chiede di rivolgersi all’interno del proprio essere. E' una via esperienziale, non religiosa cioè basata su dogmi e atti di fede, né scientifica basata su dati oggettivi ricavati da strumenti meccanici e tecnologicamente avanzati, ma è una via “soggettiva” dove colui che pratica è la fonte stessa per la conoscenza del proprio Sé.
Questo modo di conoscere viene chiamato conoscenza yogica. È una conoscenza che deriva da esperienze che avvengono all’interno del corpo: caldo, freddo, pesantezza, fame, sete, dolori, mancanza di respiro e di tutte quelle sensazioni psico-fisiche che ci mettono in contatto con noi stessi.

In yoga lavoriamo con esperienze che possiamo dire essere relative con noi stessi, perciò è importante capire che dobbiamo e come possiamo stabilire questo contatto con il corpo ed entrare all’interno; la motivazione principale è arrivare a fare esperienza della nostra stessa esistenza.

La comprensione dell’esistere ci porta non solo a una conoscenza individuale ed egoica ma per abbracciarne la totalità dovremo riconoscere la nostra natura illimitata e universale cioè spirituale.

Lo yoga si suddivide in due categorie principali:

  • Yoga materiale (lo yoga in unione con il mondo esterno).
  • Yoga spirituale (lo yoga che ci porta in unione con noi stessi).

La conoscenza che ci viene dallo yoga è un apprendimento diverso dall’imparare attraverso gli organi di senso; la maggior parte di noi, nella vita quotidiana, dipende quasi totalmente dagli organi di senso e per questo si ha solitamente una difficoltà a percepire il corpo.

Tutto quello che, a suo tempo, era stato intuito dagli yogi, può essere tranquillamente tradotto in linguaggio medico al giorno d’oggi.
La conoscenza yogica, in termini medici, viene indicata come:

  1. conoscenza propriocettiva
  2. conoscenza viscerocettiva
  3. conoscenza vestibolare

La medicina parla di un meccanismo che rende possibile l’esperienza interiore (cioè la percezione corporea) e chiama questo meccanismo azione propriocettiva.
Anche gli organi ci danno sensazioni queste esperienze nel linguaggio medico sono definite viscerocezioni.
Il terzo parametro è l’esperienza vestibolare, percezione della stabilità e dell’equilibrio corporeo.
Questi tre parametri (consapevolezza propriocettiva, vestibolare e viscerocettiva possono creare la base per la conoscenza yogica.

Nello yoga quando parliamo di purificare il corpo significa praticare esercizi per ritornare a delle percezioni propriocettive, viscerocettive e vestibolari equilibrate. Questo equilibrio può essere ottenuto con le attività fondamentali: asana, pranayama dharana-dhyana.

Il quadro che riassume il concetto della conoscenza yogica si sintetizza in questi termini: lo yoga è una via di ritorno della coscienza a sé; per realizzare questo ritorno si inizia con l’ avvicinarsi al proprio corpo e al proprio respiro facendo una esperienza propriocettiva personale. La coscienza inizia così a percepire la manifestazione concreta proprio essere. Il primo passo è dunque l’imparare a percepire la varie parti di sè.

Come base della disciplina dello yoga troviamo questo concetto: il ruolo di colui che è in grado di percepire - l’oggetto percepito - la percezione.
Nella pratica si fa sempre riferimento a queste tre situazioni; sono tre aspetti importantissimi per capire i molti approcci della cultura indiana e della cultura yogica.
C’è una capacità individuale: colui che percepisce; percepisce in quanto ha la capacità di percepire; che cosa percepisce? Percepisce un oggetto.

Questi tre aspetti della letteratura yogica sono basilari e vanno compresi molto bene:

  1. colui che percepisce
  2. la cosa percepita
  3. l’atto del percepire, la percezione

I tre termini nel linguaggio
yogico sono:

  1. colui che percepisce: Drsta
  2. la realtà percepita: Darshana
  3. La percezione: Drsya

Nello yoga colui che percepisce cosa impara a percepire? Sé stesso.

Consapevolezza del corpo

Una delle vie di auto-realizzazione passa attraverso il corpo

Nella pratica dello yoga si può mettere attenzione al corpo come lavoro iniziale di base. È un modo per iniziare ad avere attenzione a sé.
Questa consapevolezza ci permette innanzitutto di avvertire il corpo, risvegliarne la sensibilità e sentire se vi è necessità di rilassarlo o allentare tensioni sul piano fisico.

Il corpo ci può comunicare sensazioni grossolane, dolori e forti contratture ma possiamo giungere all’ascolto anche di sensazioni più sottili in relazione alla circolazione energetica del nostro essere. L’ascolto del corpo è un primo modo per effettuare una pratica di pratyahara cioè di un primo distacco della nostra attenzione dal mondo esterno per rivolgersi al proprio essere.
La base del lavoro è la terra, il corpo, la sua presenza, si cerca di percepirne il peso, la temperatura e tutti gli elementi sensibili con i quali fare esperienza, sia nel particolare sia in generale.
Grazie a questa pratica di consapevolezza corporea (propriocettiva) non è solo il corpo fisico a ricevere un beneficio, non dimentichiamo che colui che percepisce il corpo è la coscienza (drsta), il sé; è la nostra coscienza che sta facendo esperienza, che impara a concentrarsi, che si allena a sentire, che si educa all’ascolto e che cambia atteggiamento nei confronti delle sensazioni, dei dolori, del mondo percettivo. Imparare ad ascoltare il corpo può essere una tappa fondamentale per molte persone che pur soffrendo non hanno mai avuto un’attenzione verso i propri disturbi e si sono sempre rivolti all’esterno, ai terapisti, a medici e guaritoti per avere informazioni sulla loro condizione.

Inoltre nello yoga si tende a mettere il corpo in condizione di rilassamento e di riposo perché questo è, secondo lo yoga sutra di Patanjali, un modo per rendere stabile la mente, per arrestare il flusso di pensieri e arrivare allo stato di beatitudine che lo yoga si propone. Una mente calma è tranquilla si origina da un corpo calmo e tranquillo.
Si comincia dunque con la consapevolezza della propria corporeità. Si lascia che la coscienza contenga la consapevolezza di tutte le sensazioni fisiche che ci animano. Si impara a mantenere l’attenzione sulle impressioni sensibili che il corpo ci trasmette. Tale azione viene chiamata deha dharana, dhea significa corpo e dharana attenzione concentrata.
Il nostro corpo può darci una sensazione di benessere, oppure possiamo avvertire tensioni o disagi in alcune parti. Nel momento in cui ne diventiamo coscienti e manteniamo la giusta attenzione verso queste parti, è possibile che alcune tensioni si liberino. Altre avranno bisogno di un intervento più radicale e lo yoga insegna come ridurle grazie a pratiche di allungamento passivo, asana, esercizi respiratori.

La conoscenza yogica può iniziare dunque con l’ascoltare il proprio corpo, si comincia imparando a percepire le tensioni principali e in seguito si impara a esplorare tutta la superficie e la massa corporea diventando consapevoli delle caratteristiche e sue qualità.
Educarsi a localizzarle ci porta anche ad avere maggiore possibilità di
intervenire sulle stesse zone disturbate. Sentire il corpo può essere definito come deha bhava, bhava significa sentire e deha significa corpo), questo sentire ci permette di localizzare o identificare eventuali zone di squilibrio.La coscienza viene portata verso il corpo: seduti, sdraiati o praticando delle asana prenderemo coscienza di eventuali tensioni o squilibri per cercare di eliminarli.

Pratica base di yama e niyama

La pratica di asana è regolata da 10 atteggiamenti preliminari

Nella tradizione dello yoga sutra i due anga yama e niyama precedono asana (PYS II,29-30). All'interno di una pratica yoga non possiamo separare yama e niyama da asana. Spesso yama e niyama venogono considerati alla stregua di "comandamenti", regole etiche e morali da applicare alla vita. Senz'altro la loro osservanza giova e si applica ad ogni aspetto del vivere ma si deve fare attenazione a non trasformare delle indicazioni preziose per una pratica di yoga in "regole morali" da usare come vengono usati i dieci comandamenti biblici. L'osservanza di yama e niyama produce asana, cioè una posizione e uno stato mentale di comodità (il sentirsi a proprioa agio) e di stabilità (PYS II,46).

Yama

  1. Ahimsa non provocare dolore
  2. Satya aderenza al reale (verità)
  3. Asteya Non imitare gli altri (non rubare)
  4. Brahmacharya saper risalire alla fonte
  5. Aparigraha nontrattenere

Un esempio: Ahimsa, Non provocare dolore, né fisico, né emozionale né mentale durante l’esecuzione della pratica. Come praticare ahimsa? Attraverso satya

Satya: Sincerità, dato di realtà, verità intesa come atteggiamento che ci permette di accogliere ciò che il nostro corpo ci comunica. Imparare a sentire. Sentire ciò che è funzionale per noi. Riconoscersi.

 Niyama

  1. Saucha semplicità (purezza)
  2. Santosa rispetto del limite
  3. Tapas impegno nella pratica
  4. Svadhyaya equilibrata comprensione di sè
  5. Ishvara pranidhana abbandono a un principio superiore

In sintesi

Scegliere posizioni semplici

Abbozzare la posizione più complessa

Prima dinamica poi statica

Entrare con progressione e lentamente

Rimanendo in contatto con ogni parte del corpo

Regolarsi attraverso la percezione

Andare verso sensazioni gradevoli

Uscire lentamente

Alternare il contatto con il corpo con il contatto respiratorio

Preparare il corpo all’ascolto, presenza alle sensazioni

  • 4 Posizioni sdraiate con la mezzaluna
  • Passare attraverso la sfinge nella posizione seduta
  • Sukasana posizione seduta semplice
  • Baradjava con tutte le sue varianti
  • Posizione del diamante passando dalla tigre e da balasana in posizione dinamica poi statica
  • Posizione del cammello abbozzata e rifare i passaggi fino alla posizione seduta

Pratyahara

Pratyahara è proprio questo: ci si disconnette sensorialmente dal mondo esterno e si rimane inseriti in una situazione interiore

Pratyahara è un termine composto da due parole: praty = verso sé stessi e ahara = ritirare, stimolo.
Ne consegue che pratyahara è quel tipo di atteggiamento yogico che va al di là degli organi di senso e che diventa importante nel momento in cui nasce il desiderio di rimanere soli. L’attenzione viene diretta verso l’interno con un graduale distacco dall’ambiente esterno.

La ritrazione dei sensi non è uno stato di vuoto ma di piena consapevolezza della propria esistenza.

Stato di pratyahara: uscire dalle percezioni esterne a cui siamo abituati ed entrare in una sensazione interiore. Qualcosa che si produce all'interno e che ci porta comunque fino al livello della pelle. Quando arriviamo a pratyahara siamo a un bivio, pratyahara è un cambiamento, un punto di scambio dove la coscienza si indirizza verso l’interno.
Pratyahara potrebbe essere visto anche come un ritrarre la propria attenzione, la propria coscienza, e rivolgerla verso qualcosa di molto limitato; è come passare dall'utilizzo di una lente a grandangolo ad una lente che mette a fuoco un particolare. Questo non è importante solo nello yoga ma anche nella vita.

Se il nostro obiettivo da raggiungere è questo stato di pratyahara (uno stato di coscienza uniforme e non specifica di una parte o dell’altra del corpo), allora, anche nella pratica di asana, il nostro modo di praticare cambia: il nostro scopo non è più quello di alzare un braccio o di sollevare una gamba ma è quello di arrivare a una coscienza uniforme.
Non è un dimenticarsi di esistere ma è un uscire da tutte quelle differenziazioni che assume il sé (il sé del braccio… il sé della gamba…) e sentirsi nell’insieme, in una condizione in cui non prevale più una parte o l’altra del corpo, ci si sente un nucleo completo.

Nella maggior parte delle scuole di yoga si preferisce rimanere a livello di posture; si sbizzarriscono nella proposta di varie posizioni anche complicate, però, non si prendono la responsabilità di scendere più nel dettaglio e di toccare anche questi aspetti dell’esistenza che sono i più importanti.
Dal punto di vista dello hata yoga il concetto è il medesimo ma visto da una angolazione diversa.
Si tratta di attivare una specie di connessione e di scambio tra la parte anteriore del corpo e la parte posteriore. Fin dalla prima infanzia siamo abituati ad aprirci al mondo esterno attraverso il lato anteriore e perdiamo contatto con il lato posteriore che rimane una parte difficile da incontrare e che spesso presenta delle difficoltà.

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