CORSI di YOGA e MEDITAZIONE

ACCADEMIA SAMAVAYA

Percorsi evolutivi e formativi

Elementi di meditazione

Gli elementi della meditazione nella pratica yogica

Nella nostra tradizione la parola meditazione ha origini latine e significa pensare, riflettere, misurare.
Nella tradizione dello yoga la meditazione è una parte del percorso che l’individuo compie per lo sviluppo del proprio essere.
La pratica dello yoga è suddivisa in due parti: yoga esterno e yoga interno. Si dice che lo yoga si realizza in otto tappe, quattro indicano lo yoga esterno, la quinta è una tappa intermedia e tre rappresentano lo yoga interno.

Primo gruppo

Bahiranga yoga: riguarda l’aspetto più superficiale o preparatorio

  • Yama atteggiamenti mentali
  • Nyama atteggiamenti emozionali
  • Asana postura del corpo stabile e comoda
  • Pranayama consapevolezza dell’attività respiratoria
  • Prathyahara distacco sensoriale (i sensi riposano)

 Secondo gruppo

Antaranga yoga: è lo yoga per uno sviluppo interiore

  • Dhrana concentrazione, contatto. Stato concentrato; diventare uno con quanto si sta facendo. La mente si focalizza su alcuni degli aspetti della propria esistenza, per un certo tempo; l’unica attività che ci può portare      verso Dharana è l’attività respiratoria.
  • Dhyana comunicazione (meditazione). Mantenere la consapevolezza di noi stessi o con l’oggetto con cui abbiamo deciso di entrare in relazione.
  • Samadhi unione, equilibrio. Esperienza consapevole e permanente di uno stato d’essere equilibrato, senza alcuna identificazione; è uno stato di stabilità ed equilibrio. È un termine che riassume tutti gli stati legati      all'equilibrio ed alla pace interiore (è in relazione a Chitta, la persona, l’individualità); si può parlare di Samadhi anche come di un processo di realizzazione che può portare fino alla realizzazione dell’essere.

Il desiderio di voler tornare ad essere se stessi, di ritrovarsi interiormente, secondo lo yoga può essere visto nel concetto di Samadhi. In partenza, l’orientamento della persona è di tipo esterno, poi si sceglie di avere un atteggiamento più distaccato, infine si entra in uno stato equilibrato.

Yama e niyama sono dieci comportamenti che il praticante dello yoga sceglie di seguire.
A questi comportamenti segue la pratica di asana.
Per asana si intende generalmente una pratica e un comportamento che si tiene nei confronti del corpo.

La pratica di asana rappresenta gran parte dello yoga che si pratica in occidente. Le asana sono le varie posizione che il corpo può assumere. Durante questa pratica si studiano e migliorano le potenzialità del corpo, lo si libera da tensioni e stress.
Dopo che il corpo è stato rilassato ci si può occupare della terza tappa: pranayama, attraverso pranayama si diventa consapevoli del proprio respiro. Anche questo è un modo per permettere alla coscienza di rivolgersi ancor più verso l’interno del proprio essere. Il respiro ci porta a seguire il flusso dell’aria all’interno del corpo.
Pratyahara è la fase in cui l’attività di asana e pranayama portano l’individuo a una maggiore attività verso l’interno e, di conseguenza a una disconnessione sensoriale dall’esterno.
Dhrana è la preparazione alla meditazione, che in questa sequenza è chiamata dhyana.In realtà queste due parole hanno diversi significati da meditazione. Dharana vuol dire concentrazione ma può venire tradotta anche come contatto. Dharana è la nostra capacità di mantenere la nostra coscienza orientata in una direzione. Il lavoro precedente a dhrana ha permesso un distacco dall’esterno che favorisce la capacità di essere concentrati (in quanto non più distratti). In questa fase la coscienza liberatasi dagli stimoli esterni può permettere alla realtà interiore di emergere
Il contatto prolungato produce dhyana che può venire tradotto come comunicazione. Dhyana è la capacità di essere in comunicazione con il nostro essere o con ciò che scegliamo come elemento su cui orientare le nostre forze. La fase ultima dopo dhyana è samadhi che indica proprio l’unione, uno stato raggiunto, un completamento, una realizzazione.

Il punto focale della pratica di meditazione è la scelta di un elemento su cui mantenere un contatto stabile e armonico. Quello che scegliamo deve essere qualcosa che ci interessa, che sia facile da mantenere. Solo queste caratteristiche mettono in atto uno stato di comunicazione che porta il praticante a un superamento della propria condizione abituale.
Si dice che ci si può con questi mezzi preparare alla meditazione. La meditazione diventa poi uno stato interiore. È possibile trovare elementi su cui meditare negli yoga sutra di Patanjali, tale pratica viene descritta come samyoga.

Insegnare yoga (Dott. M.V.Bhole)

"So che, in un’ora di Yoga, generalmente, vengono proposte molte pratiche; io vi ho proposto una sola Asana e, se siete abituati a fare tante Asana in un’ora, potrebbe essere stato un po’ difficile per alcuni di voi; in pratica, per quarantacinque minuti, abbiamo lavorato solo con il respiro.
La settimana scorsa, un insegnante di Yoga ha detto molto onestamente che insegna Asana ma non se la sente di insegnare Pranayama.
Se non ve la sentite di integrare tutti i vari aspetti dello Yoga, a cominciare dal Pranayama, sarebbe meglio presentarsi solo come insegnanti di Asana..
Ho sentito che, adesso, incominceranno a proporre dei corsi di Istruttore Yoga; un corso di due anni per imparare solo le Asana.
Se il mercato va in questa direzione, siamo noi che dobbiamo cercare di attivarci per propagare, invece, una disciplina che sia fedele alla Tradizione e che abbia tutti i suoi contenuti, non solo uno.
È vero che oggigiorno non esiste più la genericità dell’approccio ma esiste la specialità e la super specialità; in questo senso, anche nello Yoga si diventa specialisti solo del Kriya, solo del Mudra, solo di Asana ma, come in campo medico, anche uno specialista, alla base, è uno che ha studiato Medicina, che ha studiato tutto e, così, dovrebbe essere per chi insegna Yoga.

Qual è il motivo per cui gli allievi chiedono solo Asana?

… Uno dei motivi è che non riescono a stare fermi, devono muoversi… L’altro motivo è che per loro fare Yoga è fare Asana…

Se gli allievi non riescono a stare fermi, tu riesci proponendo la pratica di Asana a dargli un po’ di senso di stabilità?

I tuoi allievi che cosa ne fanno di quella stabilità?

… sperimentano il respiro …

Però, tu dici che loro vogliono Asana, quindi, non vogliono l’esperienza del respiro…

… solo all’inizio…

Come insegnanti di Yoga, però, prima di ribaltare il lavoro dell’allievo, dobbiamo guardare verso di noi e chiederci se siamo noi che abbiamo dato loro questa idea. Se accettiamo il fatto che dicano: Faccio Yoga…, è già sbagliato l’inizio.

Non nel tuo caso in particolare ma, in generale, chiediamoci:

Siamo pronti a dare il prodotto completo?

Oppure siamo noi che diamo quest’idea che fare Yoga sia fare Asana?

Due o tre anni fa è uscito un libro sull’ Anatomia dello Hatha Yoga, dove viene presa in considerazione ogni Asana, con i relativi schemi muscolari.
Sull’onda della specializzazione e super specializzazione c’è anche un libro sull’ Anatomia del respiro, quindi, solo i muscoli respiratori; mentre nel primo libro c’erano tutte le posture ed il relativo comportamento muscolare, nel secondo libro si è cominciato a fare uno studio sul respiro e la colonna vertebrale.
Come mai, nello Yoga si pone l’accento soprattutto sull’aspetto funzionale e respiratorio e anche la colonna vertebrale è presa come punto di riferimento, per ogni tipo di pratica?
Forse, bisognerebbe rivedere i percorsi formativi degli insegnanti di Yoga perché in ogni percorso di formazione ci sono degli obiettivi principali; bisogna vedere anche come il nuovo insegnante viene formato, quali sono le priorità, cosa viene loro insegnato come più importante.
Sopratutto per coloro che iniziano da giovani la pratica dello Yoga, non dico che non sia importante che esplorino tutte le loro potenzialità, anche sul piano fisico.
Spingiamo i nostri giovani ad impegnarsi in qualche sport, perché sappiamo quanto sia importante nella loro formazione; contemporaneamente, può essere molto utile indirizzarli verso l’esperienza del respiro, in modo che incomincino ad esplorare se stessi anche attraverso questa funzione vitale.
Magari, consideriamo l’uso efficiente delle braccia e delle gambe, come qualcosa di importante per la nostra vita, però, per quanto riguarda il movimento respiratorio, non pensiamo che sia anche questo importante per la nostra vita?

Sentiamoci persone comuni; siamo genitori, zii, nonni eccetera, qual è la nostra immediata risposta?

… È essenziale…

Visto che tutti siamo d’accordo nel dire che è essenziale indirizzare i giovani verso l’esplorazione del respiro come attività vitale, soprattutto se il nostro ruolo è quello di educatori, genitori o altro,

perché non lo facciamo?

Perché non cominciamo a prendere seriamente in considerazione il respiro, le pratiche relative e gli stati interiori che possiamo raggiungere con l’aiuto del respiro?
Se siamo tutti d’accordo, quale sarebbe l’età ideale per cominciare?

… Dal momento della nascita…

Se siamo tutti d’accordo e se desideriamo che nostri figli ricevano questo tipo di insegnamento, dove troviamo i Centri nei quali possiamo mandarli, per imparare ad esplorare il proprio respiro?
Non possiamo dire che non esistano le Scuole che prendono in considerazione la meccanica respiratoria oppure la rieducazione respiratoria; queste Scuole ci sono, però, i loro obiettivi sono sempre esterni e professionali; in tutte queste Scuole, l’obiettivo è quello d’imparare ad utilizzare il proprio respiro per qualcosa di esterno come il suono di uno strumento o come il canto, per esempio, dove l’educazione respiratoria è molto importante".

 

Lo sviluppo dell’uomo secondo lo schema del samkhya (M.V. Bhole)

Risaliamo al momento della nascita: se vediamo la nostra vita come il percorso del pendolo, da un'estremità all'altra, diciamo che risaliamo al punto iniziale.
Se osserviamo un piccolo essere appena nato (potrebbe essere anche un piccolo animale) e ci chiediamo se ha capacità senso - motorie, cosa pensate?
Possiamo dire che, in un bambino appena nato, ci siano movimenti a livello di arti ma non sappiamo da che cosa nascano questi movimenti.

  • Un bambino appena nato, in effetti, non è in grado di percepire una forma o un colore
  • Non è in grado di differenziare suoni o parole
  • Né è in grado di differenziare i vari gusti
  • Non è ancora in grado né di sedersi né di stare in piedi
  • Noi possiamo osservare,all'interno di questo corpicino, la presenza della vita che si manifesta attraverso il movimento.

Sappiamo che il bambino è vivo perché osserviamo i suoi movimenti.
Ci sono animali i cui occhi rimangono chiusi anche per giorni, dopo la nascita e solo lentamente cominciano ad aprirli.
Il bambino appena nato, in genere, dorme quasi tutto il tempo e i suoi occhi rimangono chiusi.
Queste due realtà che già esistono al momento della nascita, ci riportano all'inizio dello schema del Samkhya, ai primi due termini:

                       PURUSHA                             e                           PRAKRITI

Coscienza in quanto principio vitale                               Movimento del corpo

                                                                                (Non il corpo ma l'attività che il corpo può avere)

I due elementi sono questi: Principio Cosciente o Vita e Movimento

Il processo di crescita avviene attraverso la nascita di questa capacità che è Buddhi, Buddhi nasce la facoltà di cominciare a prendere delle decisioni, di voler fare delle cose per conto proprio, Ahamkara.
Per esempio: il bambino che rifiuta il biberon, se non ne ha voglia, quando la mamma glielo dà.
All'inizio il bambino fa quello che l'adulto gli propone; gli viene messo il biberon in bocca e subito inizia a succhiare; in seguito comincia a decidere quando vuole e quando non vuole.
Potrebbe anche essere che voglia il biberon e, se la mamma non glielo dà, il bambino piange…
Qualcosa comincia a crescere dentro di lui, il bambino è entrato in quella fase in cui comincia ad essere assertivo, a sapere che cosa vuole (Ahamkara), comincia a capire e a farci capire quali sono i suoi disagi.
Vediamo che Prakriti prolifera in varie capacità, sempre a partire dal principio originario che è quello della Coscienza.
Se non c'è Coscienza, non possiamo parlare in termini di Evoluti di Prakriti o di sviluppo.

Poi troviamo questo termine: Manas o Mente, secondo lo schema, Manas sarebbe la facoltà che ci permette di percepire e di sperimentare.
Le percezioni possono essere di doppia natura:

  1. Possono riguardare l'ambiente esterno
  2. Possono essere percezioni che si attivano dentro di noi e che riguardano quello che noi sentiamo dentro

Attraverso le percezioni che si riferiscono ad avvenimenti interiori, attiviamo non solo la mente, MANAS ma, di conseguenza, anche l'aspetto di AHAMKARA e di BUDDHI, l'intelletto.
In questo processo di porci delle domande e darci delle risposte, noi cominciamo a capire che cosa ci manca; prima o dopo, questi aspetti compaiono.
All'inizio ci sentiamo un po' persi, tendiamo ad addormentarci ma, in seguito, cominciamo a capire quali sono i funzionamenti interiori.
Per quanto mi riguarda, posso ritenermi uno che facilita il contatto della persona con se stessa.

Sappiamo che "AHAMKARA" non smette mai di funzionare, sappiamo che i pensieri continueranno ad emergere ma il mio invito è:
Lasciateli emergere, però, lasciateli anche andare, non tratteneteli.

Sperimentate ciò che avviene dentro di voi, distaccandovi, di tanto in tanto, dai venti elementi che vi collegano con il mondo esterno.

Yoga, corpo e alchimia

È abitudine usare il termine alchimia in senso lato, in modo generico senza fare nessun riferimento alla tradizione stessa dell’alchimia. Lo stesso destino tocca alla parola yoga. Tutto è yoga, tutto è alchimia, è vero. Yoga e alchimia descrivono i processi della vita e in questo senso possiamo certamente usare questi termini a ogni occasione che si presenta. Meglio però sarebbe specificare quando si scrive e si svolge una relazione a cosa si faccia riferimento quando si parla di yoga e di alchimia.
Il rischio è di usare termini che non si riescono poi a maneggiare (se non in maniera maldestra e inappropriata), e si sa cosa si intende, quando si dice…maneggiare con cura!
La genericità inconcludente si nasconde poi nell’atteggiamento enciclopedico di quanti parlano, relazionano e scrivono agevolmente di yoga, alchimia, psicologia, esoterismo mostrando con sottile arte oratoria e incantatoria la loro abilità nel connettere storia, visione e geografia interiore.
Voglio però, scrivendo due righe su yoga e alchimia, tenermi lontano non solo da questi apprendisti ecumenismi (che abbondano in rete!) ma anche dai moralisti, dai “puristi del vivere” che ascendono alle vette dello spirito usando come base il disprezzo per chi non è etico e morale quanto lo sono loro. Entro in punto dei piedi nello yoga e nell’alchimia solo per nutrire il lume dell’intelletto di quel sano cibo di cui certe tradizione sono colme.

Dal silenzio la vita interna

Arriva un momento nella pratica dello yoga dove suono lascia spazio al silenzio, il movimento all’immobilità in modo tale che da silenzio e immobilità possano emergere varie sensazioni; si rende visibile un mondo da sempre presente in noi, il tantra inizia e si presenta come rivelazione. Nella pratica del silenzio si percepisce l’attività della natura che si risveglia all’interno e si permette alla natura di operare per mostrarci la comunione tra il Sé inferiore e il Sé superiore.

La “nostra terra”

Rimanendo nel silenzio possiamo prendere contatto con le sensazioni corporee. Le sensazioni corporee sono chiamate nell’alchimia tradizionale “Prima materia” l’elemento quantitativo e qualitativo dell’essere (tra i darshan le qualità della materia sono descritte nel vaisesika). Le sensazioni hanno (o sono) tracce di spirito (oro) racchiuso nella materia, nel corpo (piombo).
Il corpo si trasforma grazie semplicemente a una “presa di coscienza (prana)” che riesce a riconoscere il corpo come terra e, grazie a una pratica esperienziale (anubhava), poterlo chiamare infine come lo chiamavano gli alchimisti: “nostra Terra”. È solo l’inizio dell’opera.

In quest’immobilità raggiunta non per volontà ma per abbandono, passando cioè da praytna a saithilya (prayatna-śaithilya-ananta-samāpatti-bhyām PYS II, 47) avviene una separazione (viveka nel linguaggio dello yoga sutra): senza coercizione il leggero si separa dal pesante , primo segnale di ri-orientamento delle forze naturali verso un ordine che è a loro proprio. Primo gradino in cui avviene la separazione della materia dallo spirito, corpo e coscienza per un attimo si differenziano. Si comprendono meglio, in questo modo, meglio i concetti di Purusha e Prakrti; il momento iniziale della separazione (solvet) che precede il momento della riunificazione è bene descritto dalla tradizione dei darshan (via della discriminazione).

Il processo alchemico si svolge dopo che il vaso (il corpo) sia stato chiuso ermeticamente (Ermes) dall’interno (è la pratica di prathyahara). Si passa allora a quanto viene descritto nella tradizione di certi tantra: si entra nella via del prana; avviene una circolazione fisiologica delle sostanze interne, la conoscono bene i tantrici che descrivono la circolazione attraverso il sistema di chakra, nadi, kundalini.

Nella quiete di un corpo pacificato gli elementi sensibili sono lavorati e trasformano il corpo.
E’ la quiete che, secondo le antiche filosofie, produce il movimento interiore, è il purusha che pur “facendo nulla” genera il movimento visibile delle gunas.

La tavola di Smeraldo, primo e più antico testo alchemico dell’occidente, recita: l’uno indivisibile è lo spirito o forza vitale del cosmo, la medicina per eccellenza si deve ricavare così: – separerai la terra dal fuoco, il sottile dallo spesso, soavemente con grande ingegno.
Questo è uno dei motivi per cui ascoltiamo il corpo durante la pratica di Yoga. Facciamo esperienza dell’ “essere terra”, e del mantenere il fuoco interiore (tapas); lo spirito, attraverso il calore attivato, che per altro lo rappresenta scorrerà in maniera sensibile. Questa operazione non richiede volontà ma va eseguita “soavemente e con grande ingegno”; anche Patanjali ci dà questa indicazione quando parla di haimsa, non violenza.

Nella pratica del silenzio i due aspetti, terra e fuoco, materia e spirito emergono e si differenziano, svelando le loro qualità e caratteristiche. È il primo gradino della trasformazione.

Qual è l’obiettivo del praticante? Forse sopprimere la propria materia/terra?Forse esaltare le virtù dello spirito? Obiettivo è espresso dal concetto di “hata-yoga”, cioè riunione degli opposti (ha è il sole tha è la luna). Gli alchimisti dell’occidente ci insegnano questo: “Spiritualizzare il corpo e corporeizzare lo spirito di modo che uno assuma le qualità dell’altro”.
La tentazione porterebbe portarci ad affermare: “…ma è lo spirito che ci interessa!” Lo sa bene l’adepto del di Hermes che il fuoco è nel centro della terra. È vero, ogni praticante dello yoga aspira allo spirito, ma fuggiamo dell’idealismo spirituale e raccogliamo le parole di Valentin Andrae, maestro dell’Arte regale che, nel 1459, nelle sue Nozze chimiche affermava: “Sciagura per colui che possiede uno spirito privo di peso”.

Concentrazione e meditazione sui mondi

Il processo della concentrazione

“Per portare una sensazione nel campo della coscienza bisogna operare una selezione che ne escluda altre. Il procedimento dell’esperienza consiste nella scelta di una particolare porzione d’un tutto, e poi nella concentrazione su quella in modo da farla propria, sia come oggetto particolare di pensiero, sia come particolare campo di azione” . Artur Avalon, Il potere del serpente

La meditazione sui mondi

Vaayuhu sandhaanam. Ityadhilokam. Athaadhijyatisham. Agnihi puurvaruupam. Aaditya uttararuupam. Aapaha sandhihi. Vaidyutaha sandhaanam. Ityadhijyautisham. Athaadhividyam. Aachaaryaha puurvaruupam.

“L’aria-etere costituisce il legame fisico tra i mondi, Il risultato della meditazione sui mondi ci porta a questa scoperta. Sugli esseri risplendenti (gli dei) vediamo adesso come meditare. Bisogna cominciare prima di tutto a meditare sul fuoco. Le acque tramezzano i due. Consideriamo i fulmini come se congiungessero i due (sole e terra). E così incomincia la meditazione sulla luce (gli esseri splendenti). Adesso cominciamo la meditazione sulla gnosi (la conoscenza liberatrice). Qui il maestro è il primo ad impartire la   scienza. Taittirya Upanisad, cap.3,v.2

Chakra in sintesi

MULADHARA

1° chakra corpo fisico nel suo insieme (base, radice), capacità di radicamento

 

SVADHISTANA

2° la capacità di stare (stabat) in sé , (sva, è relativo a ciò che è proprio del sé indivduale)
Percezione e bisogni del corpo fisico.Manas

 

MANIPURA

3° “Io sono” percezione di un bisogno uno stato relativo a una propria realizzazione
Bisogni dell’io individuale. Capacità di mantenersi in equilibrio.
Ahamakara

 

ANATHA

4° Realizzazione dei desideri, percezione dei suoni interni, sottili, ritmo della vita
Realizzazione dei propri desideri, passaggio dal microcosmo al macrocosmo, contatto con l’esterno e non con la proiezione all’esterno del nostro io. Interiorizzazione. L’io periferico, manas del 3° chakra entra nel silenzio. È in anatha che si realizza, attraverso il respiro, questo legame indissolubile con le leggi sottili universali, soffio, spirito, aria, vita.

 

VISUDDHI

5° Elevazione, purificazione, passaggio verso le aree sensoriali. Creatività.
Espressione dell’Io o del Sé attraverso la OM. Passaggio.
Comprensione e passaggio tra le dimensioni spirituali e le dimensioni terreno

 

AJNA

Spirito, Buddhi

leggi, schemi, informazioni.
Percezione degli spazi superiori
Luce
Conoscenza
Realizzazione
Comprensione dei meccanismo, comprendere gli schemi, ciò che sta dietro a ciò che vediamo.
Comprensione di come stanno le cose, non solo dal nostro punto di vista (3° occhio, sintesi) La luce illumina le realtà non visibili, non manifeste. Correttezza della visione. Interno ed esterno coincidono. La materia viene informata e vivificata dallo spirito
Essenza vitale. Senso dell’unità

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