CORSI di YOGA e MEDITAZIONE

ACCADEMIA SAMAVAYA

Percorsi evolutivi e formativi

Yoga, corpo e alchimia

È abitudine usare il termine alchimia in senso lato, in modo generico senza fare nessun riferimento alla tradizione stessa dell’alchimia. Lo stesso destino tocca alla parola yoga. Tutto è yoga, tutto è alchimia, è vero. Yoga e alchimia descrivono i processi della vita e in questo senso possiamo certamente usare questi termini a ogni occasione che si presenta. Meglio però sarebbe specificare quando si scrive e si svolge una relazione a cosa si faccia riferimento quando si parla di yoga e di alchimia.
Il rischio è di usare termini che non si riescono poi a maneggiare (se non in maniera maldestra e inappropriata), e si sa cosa si intende, quando si dice…maneggiare con cura!
La genericità inconcludente si nasconde poi nell’atteggiamento enciclopedico di quanti parlano, relazionano e scrivono agevolmente di yoga, alchimia, psicologia, esoterismo mostrando con sottile arte oratoria e incantatoria la loro abilità nel connettere storia, visione e geografia interiore.
Voglio però, scrivendo due righe su yoga e alchimia, tenermi lontano non solo da questi apprendisti ecumenismi (che abbondano in rete!) ma anche dai moralisti, dai “puristi del vivere” che ascendono alle vette dello spirito usando come base il disprezzo per chi non è etico e morale quanto lo sono loro. Entro in punto dei piedi nello yoga e nell’alchimia solo per nutrire il lume dell’intelletto di quel sano cibo di cui certe tradizione sono colme.

Dal silenzio la vita interna

Arriva un momento nella pratica dello yoga dove suono lascia spazio al silenzio, il movimento all’immobilità in modo tale che da silenzio e immobilità possano emergere varie sensazioni; si rende visibile un mondo da sempre presente in noi, il tantra inizia e si presenta come rivelazione. Nella pratica del silenzio si percepisce l’attività della natura che si risveglia all’interno e si permette alla natura di operare per mostrarci la comunione tra il Sé inferiore e il Sé superiore.

La “nostra terra”

Rimanendo nel silenzio possiamo prendere contatto con le sensazioni corporee. Le sensazioni corporee sono chiamate nell’alchimia tradizionale “Prima materia” l’elemento quantitativo e qualitativo dell’essere (tra i darshan le qualità della materia sono descritte nel vaisesika). Le sensazioni hanno (o sono) tracce di spirito (oro) racchiuso nella materia, nel corpo (piombo).
Il corpo si trasforma grazie semplicemente a una “presa di coscienza (prana)” che riesce a riconoscere il corpo come terra e, grazie a una pratica esperienziale (anubhava), poterlo chiamare infine come lo chiamavano gli alchimisti: “nostra Terra”. È solo l’inizio dell’opera.

In quest’immobilità raggiunta non per volontà ma per abbandono, passando cioè da praytna a saithilya (prayatna-śaithilya-ananta-samāpatti-bhyām PYS II, 47) avviene una separazione (viveka nel linguaggio dello yoga sutra): senza coercizione il leggero si separa dal pesante , primo segnale di ri-orientamento delle forze naturali verso un ordine che è a loro proprio. Primo gradino in cui avviene la separazione della materia dallo spirito, corpo e coscienza per un attimo si differenziano. Si comprendono meglio, in questo modo, meglio i concetti di Purusha e Prakrti; il momento iniziale della separazione (solvet) che precede il momento della riunificazione è bene descritto dalla tradizione dei darshan (via della discriminazione).

Il processo alchemico si svolge dopo che il vaso (il corpo) sia stato chiuso ermeticamente (Ermes) dall’interno (è la pratica di prathyahara). Si passa allora a quanto viene descritto nella tradizione di certi tantra: si entra nella via del prana; avviene una circolazione fisiologica delle sostanze interne, la conoscono bene i tantrici che descrivono la circolazione attraverso il sistema di chakra, nadi, kundalini.

Nella quiete di un corpo pacificato gli elementi sensibili sono lavorati e trasformano il corpo.
E’ la quiete che, secondo le antiche filosofie, produce il movimento interiore, è il purusha che pur “facendo nulla” genera il movimento visibile delle gunas.

La tavola di Smeraldo, primo e più antico testo alchemico dell’occidente, recita: l’uno indivisibile è lo spirito o forza vitale del cosmo, la medicina per eccellenza si deve ricavare così: – separerai la terra dal fuoco, il sottile dallo spesso, soavemente con grande ingegno.
Questo è uno dei motivi per cui ascoltiamo il corpo durante la pratica di Yoga. Facciamo esperienza dell’ “essere terra”, e del mantenere il fuoco interiore (tapas); lo spirito, attraverso il calore attivato, che per altro lo rappresenta scorrerà in maniera sensibile. Questa operazione non richiede volontà ma va eseguita “soavemente e con grande ingegno”; anche Patanjali ci dà questa indicazione quando parla di haimsa, non violenza.

Nella pratica del silenzio i due aspetti, terra e fuoco, materia e spirito emergono e si differenziano, svelando le loro qualità e caratteristiche. È il primo gradino della trasformazione.

Qual è l’obiettivo del praticante? Forse sopprimere la propria materia/terra?Forse esaltare le virtù dello spirito? Obiettivo è espresso dal concetto di “hata-yoga”, cioè riunione degli opposti (ha è il sole tha è la luna). Gli alchimisti dell’occidente ci insegnano questo: “Spiritualizzare il corpo e corporeizzare lo spirito di modo che uno assuma le qualità dell’altro”.
La tentazione porterebbe portarci ad affermare: “…ma è lo spirito che ci interessa!” Lo sa bene l’adepto del di Hermes che il fuoco è nel centro della terra. È vero, ogni praticante dello yoga aspira allo spirito, ma fuggiamo dell’idealismo spirituale e raccogliamo le parole di Valentin Andrae, maestro dell’Arte regale che, nel 1459, nelle sue Nozze chimiche affermava: “Sciagura per colui che possiede uno spirito privo di peso”.

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